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Nazionale, la verità di Maldini: le dimissioni, le scelte di Pep e Pirlo e il dietrofront di Malagò

Paolo Maldini
Paolo MaldiniREUTERS/Daniele Mascolo

In una lunga intervista al Corriere della Sera, l'ex direttore tecnico della Nazionale è tornato sui 16 giorni vissuti dentro la Federazione chiarendo tanti punti controversi.

Dopo la fallimentare investitura come direttore tecnico della Nazionale e presidente del Club Italia, Paolo Maldini ha raccontato la sua versione dei fatti in una lunga intervista al Corriere della Sera.

L'ex capitano del Milan, per la prima volta, ha ripercorso quanto successo nelle scorse settimane, partendo dal sì a Malagò: "Mi ha chiamato a Pasqua, dicendo: c’è la possibilità che io diventi presidente della FIGC; tu sei la persona che vorrei avere con me. Io gli ho dato la mia disponibilità. Nel calcio per me esistono solo due cose: il Milan e la Nazionale. Poi non l’ho più sentito. Il giorno prima delle elezioni, Malagò richiama: domani si vota, ci sono buone possibilità, ti vorrei a bordo. Rispondo: parliamone". 

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Maldini ha subito preso l'incarico con la fiducia e il coraggio che richiedeva il ruolo: "Mi ha chiesto di diventare presidente del Club Italia. Non si trattava solo di rilanciare la Nazionale. C’era da rifondare il calcio italiano".

Per la rifondazione si è subito affidato a Leonardo: "Condivido con lui amicizia, valori, principi. Leo ha una grande capacità organizzativa, oltre che una grande intesa con me. Così siamo partiti. E abbiamo pensato a un nuovo ruolo: la direzione tecnica. La direzione tecnica non è mai stata nell’organigramma della Nazionale: l’allenatore faceva riferimento direttamente al presidente. Però non era giusto: l’allenatore ha bisogno di confrontarsi".

Le inevitabili dimissioni

I due sono durati appena 16 giorni: "I patti sono stati rivisti; di conseguenza l’unica cosa da fare era dimettersi. Anzi, rinunciare a firmare il contratto di quattro anni che doveva partire dal primo agosto".

Il motivo da cui è scaturito il tutto è ben noto, ovvero la scelta del ct: prima la proposta di Guardiola, poi la virata su Pirlo mai veramente condivisa da Malagò: "Per prima cosa ho chiesto: il ct chi lo sceglie? Malagò mi ha risposto: l’allenatore lo decidete voi, e io lo avallo. Questo era l’accordo. Poi gli eventi hanno fatto sì che questa cosa cambiasse". 

L'approccio con Pep

Maldini ci ha veramente provato con Guardiola: "È l’allenatore che più incarna il gioco tecnico e offensivo. Attraverso qualche amico aveva manifestato l’idea di allenare una Nazionale. Siamo andati a trovarlo a Barcellona, abbiamo pranzato insieme, abbiamo parlato per un’intera giornata. Era molto tentato. È andato molto vicino ad accettare. Si era messo anche a scrivere formazioni sui fogli…".

Poi, però, è arrivato il rifiuto dell'ex Barcellona e Manchester City per i motivi sempre sbandierati: "Per stanchezza. Guardiola viene da dieci anni massacranti in Premier. Si è operato alla schiena. Vuole riposarsi. Ma è stata una discussione molto seria, abbiamo studiato le rose, dagli under 17 in su… Così siamo andati su Andrea. Malagò sapeva tutto, l’abbiamo informato passo dopo passo".

Sulla presunta richiesta di un ingaggio da 20 milioni di euro, Maldini smentisce: "Assolutamente no. I soldi non sono mai stati un tema. Pep ci ha detto chiaramente: datemi un euro in meno di quello che prendeva l’ultimo ct, e io sono a posto".

La scelta di Pirlo e il pretesto per non farlo diventare ct

Il piano B era Andrea Pirlo: "Noi volevamo un allenatore giovane, che sposasse il progetto e avesse una carriera di alto livello. Tecnicamente quando parlo con Pirlo lo trovo preparatissimo. Accompagnato e sostenuto da un direttore tecnico e da un advisor, sarebbe stato l’allenatore ideale".

Ma, a causa del precedente accordo di Pirlo con una società di scommesse russa, la trattativa per farlo diventare ct è saltata: "Questa cosa ha sicuramente contato. Noi non la sapevamo. L’opinione pubblica ha fatto il suo lavoro. Ma non c’era nulla sul piano giuridico che avrebbe potuto impedire ad Andrea di fare l’allenatore della Nazionale".

Il tutto, secondo Maldini, è diventato solo un pretesto per non scegliere l'ex allenatore di Juventus e Sampdoria come ct: "Di sicuro lo si è cavalcato in modo assolutamente esagerato. Pirlo era disposto a chiudere i rapporti con la Bet company russa. È una persona correttissima, non meritava questo clamore. Hanno tirato fuori il codice etico, il decreto dignità. Ma se ci fosse stata la reale volontà di farlo firmare come ct, non ci sarebbero stati ostacoli legali".

Niente De Rossi e Grosso

Tra le alternative erano presenti anche due allenatori giovani: "Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Tre campioni del mondo. Ma il presidente ci ha detto che in base agli accordi che l’hanno portato all’elezione, con l’appoggio di tutti i club tranne la Lazio, non potevamo toccare gli allenatori delle squadre di Serie A. Quindi De Rossi e Grosso erano esclusi". 

Il cambio di programma

E sul colloquio con il Presidente Malagò, Maldini precisa: "Ha telefonato a me e a Leonardo per dire: 'Secondo me Pirlo non si può più prendere. Da oggi l’allenatore lo decido io. Da oggi cambiano le regole: io decido il ct e voi avallate'. Ma se ho una mansione, se ho una responsabilità, e intendo esercitarle, questo è un discorso inaccettabile. Ci siamo presi 24 ore e abbiamo presentato le nostre dimissioni, su un contratto che doveva ancora partire. Non so se questo è essere intransigente e presuntuoso. Io sono abituato in un’altra maniera. Non c’erano più le condizioni di fiducia per svolgere un lavoro che è enorme, ma allo stesso tempo esaltante".

Insomma, con il nuovo n. 1 FIGC l'inizio non è stato dei migliori: "C’era un rapporto basato sulla fiducia. Se fai una scelta poi la devi difendere. Se racconti quel che pensavi di creare, la scelta si capisce un po’ di più. Faccia il confronto con il campionato italiano di venti o trent’anni fa". 

Nessuna rivoluzione

Il piano di Maldini e Leonardo prevedeva una rivoluzione a tutto tondo: "Avevamo già cominciato. Siamo stati a Coverciano. È una macchina ferma. Ci sono tantissime persone che vorrebbero fare, ma non sanno cosa fare. Attendono un obiettivo, delle indicazioni. Incontrarle ci aveva dato un sacco di energie, in un ruolo che spaventa".

Progetto che prevedeva "un cambiamento radicale. Metodologie di lavoro completamente diverse, più offensive. Formazione di nuovi talenti. Sostegno a tutta la filiera delle Under. Sarei diventato presidente del Club Italia, che è fatto da diciannove squadre: le giovanili, le femminili, il beach soccer, il Futsal…". Futsal? "Ora il calcetto lo chiamano così".

Su Mancini

E poi su Mancini ct aggiunge: "Si figuri se io non apprezzo Roberto Mancini. Ma avevamo un progetto diverso. Volevamo un ct nuovo, giovane. Mancini e Conte sono due grandi allenatori. E non è questione di amicizia".

E sulla presunta volontà della Lega Serie A di avere Conte come ct, spiega: "Io ho parlato con Marotta, con Percassi, con altri presidenti e dirigenti, e nessuno mi ha fatto un nome. La Lega è stata corretta, mi ha anche garantito: se c’è da dare una mano sul piano economico, noi ci siamo. Ma un pochino mi conoscono. Se devo venire qua e due nomi sono già scelti, uno da Malagò e uno dalla Lega, che senso ha chiamarmi? Tante volte mi è stata assicurata l’autonomia. Che avessero un loro preferito, ci sta. Ma se chiedi collaborazione, e prevedi un progetto condiviso, poi devi condividerlo".

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