Nel fallimento della Juventus - anche se a Spalletti non piace questo termine è chiaro che senza Champions tale sarebbe - c'è una lacuna che più di tutte emerge quando bisogna trovare un colpevole: la personalità. Questa squadra infatti ha dimostrato di non avere la determinazione sufficiente nei momenti clou, anche condizionata da una sorte non proprio favorevole che ha minato la sicurezza dei giocatori.
E così, dalla rimonta 4-3 a inizio campionato contro i futuri vincitori dello scudetto si è passati a prove sconcertanti in cui si sono falliti, se non match point, almeno set point per raggiungere l'anelato quarto posto. Quando i bianconeri sono stati messi in condizione di essere padroni del proprio destino hanno puntualmente deluso, e nella probabile esclusione dalla prossima Champions League peseranno come macigni il pareggio casalingo contro il Verona, così come la sconfitta in casa contro la Fiorentina.

La profezia che si autoavvera in campo
Dicevamo della sorte poco favorevole: è chiaro che prendere un gol alla prima occasione degli avversari può fiaccare l'entusiasmo, quando non creare una specie di psicosi del risultato se non si riesce a sbloccare il match. E questa cosa ai bianconeri con Spalletti alla guida è successo parecchie volte, anzi è diventato quasi un refrain: dominio territoriale, azioni pericolose, occasioni fallite, gol preso.
La truppa del tecnico di Certaldo ha creato quasi un monumento vivente alla vecchia regola del calcio del "gol mangiato, gol subito", ed è chiaro che in questa dinamica, oltre alle colpe oggettive dei giocatori, c'è anche un pizzico di cattiva sorte: un mix letale che alla lunga crea un problema psicologico. Nella testa dei giocatori si è probabilmente ormai trasformato in una sorta di effetto Pigmalione, di profezia che si autoavvera: hanno paura di perdere la partita anche se sulla carta sono i favoriti, ed è così che la perdono (o la pareggiano) sul campo prendendo gol alla prima occasione.

Una macchia nera che ha probabilmente contagiato il portiere Di Gregorio, ormai abbonato al gol al primo tiro subito, ma anche la vecchia guardia, incapace di diffondere sicurezza nei compagni. Probabilmente anche lo stesso capitano Locatelli, che per gradi e ruolo ha comunque una responsabilità nell'atteggiamento in campo dei compagni.
La fragilità strutturale fuori dal campo
Se il capitano, nonostante le prestazioni generose personali, deve comunque farsi carico anche delle mancanze della squadra, è indubbio che pure il leader maximo nello spogliatoio, il tecnico Spalletti, qualche colpa nel non essere riuscito a serrare le fila nel momento più delicato ce l'ha.

E così, dopo essersi stropicciati gli occhi per il gioco offerto in tanti frangenti, la mente può correre anche ai precedenti dell'allenatore di Certaldo, come a quell'improvviso "braccino" del suo Napoli che dopo un campionato stradominato ha rallentato nel finale mancando il match point con la Salernitana, o perdendo punti con Udinese e Verona. Difficile comunque attribuire colpe, o dividerle tra giocatori e tecnico in quel caso così come in questo, l'ansia può giocare brutti scherzi a tutti.
È chiaro però che la Juventus, tornando a oggi, difetta di personalità, e se il mercato può fornirle un leader carismatico in campo (anche se è difficile che senza Champions arrivino Bernardo Silva e/o Alisson), è fuori che sembra ancora mancare quell'apparato granitico tra proprietà e dirigenza che ha fatto spesso la differenza nei successi del club. Quella convinzione nel successo che l'ha poi determinato. Per l'esattezza, oggi siamo agli antipodi.
