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Giraudo torna a parlare dopo 20 anni: “Calciopoli fu figlia dell'invidia di chi non ci batteva sul campo”

Antonio Giraudo
Antonio GiraudoPACO SERINELLI / AFP

L’ex dirigente bianconero racconta a La Stampa la sua versione sui processi, il rapporto con gli Agnelli, la Triade, Moggi, Berlusconi e il calcio italiano, fino alla Juventus di oggi.

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Dopo vent'anni di silenzio, Antonio Giraudo torna a parlare. L'ex dirigente della Juventus, terzo componente della storica Triade insieme a Luciano Moggi e Roberto Bettega, ha scelto La Stampa per ripercorrere quella stagione che travolse la dirigenza bianconera e per raccontare la propria versione dei fatti.

Il cuore dell'intervista è inevitabilmente Calciopoli, vicenda che secondo Giraudo va riletta alla luce delle sentenze arrivate negli anni successivi. “Ora è cambiato il contesto, i processi ordinari si sono conclusi senza alcuna condanna. E c'è una novità di giustizia sportiva: avevo chiesto il rito abbreviato perché volevo un giudizio veloce, ma la sensazione è che i giudizi abbiano tirato per le lunghe perché l'alternativa era assolvermi. E hanno mandato tutto in prescrizione”.

L'ex dirigente richiama anche la recente pronuncia della Corte di Giustizia UE: “La recente sentenza della Corte di Giustizia UE chiarisce un principio fondamentale, chi si vede inflitta una sanzione sportiva deve avere diritto a rivolgersi a un giudice in grado di valutarne la legittimità”. E sullo scandalo che coinvolse la Juventus parla apertamente di “una gogna mediatica senza precedenti”. Quindi aggiunge: “Figlia dell'invidia di chi non ci ha battuto sul campo. Ma la vera conseguenza, è stata affossare il calcio italiano: un topolino che ha partorito una montagna. Nessun campionato alterato, come disse Sandulli, presidente della Corte Federale, 'un mondo fatto di cattive abitudini, non di illeciti classici'. E poi anche oggi mi sembra che si parli molto di una certa 'arbitropoli' e che il telefono sia ancora caldo. Ho rispettato le regole, lo dicono anche le sentenze”.

Uno dei passaggi più significativi riguarda la famiglia Agnelli e la fine del rapporto con il club. Giraudo racconta: “Ci saranno duecento persone dentro. Qualcuno l'ho incontrato a Londra in questi vent'anni”. Poi spiega di avere immaginato un futuro diverso per la società: “Avrei proseguito, ma solo andando avanti sul progetto iniziato. Avevamo individuato un percorso per passare da società sportiva a media company, e poi entertainment company. Il 26 dicembre 2006 mi chiamò però l'Ingegner Elkann: si tornava ad essere una società solo sportiva. E con Romiti e Gabetti non ho mai legato”.

Il giudizio su quella fase è netto: “Con Gianni e Umberto Agnelli viventi non sarebbe successo nulla. Ci hanno seguiti, intercettati e spiati privatamente, non si sarebbero permessi nemmeno di immaginare certe cose. Sarebbe prevalso il codice di rispetto che vigeva nel capitalismo italiano”.

E sul comportamento della Juventus: “Il comportamento della società mi ha sempre lasciato perplesso, ha chiesto il patteggiamento nel processo sui bilanci e i suoi dirigenti sono stati assolti. Ha accettato la Serie B senza aver neanche letto le intercettazioni. Errore enorme di valutazione. L'allora presidente Grande Stevens presentò una querela per infedeltà patrimoniale della mia gestione. Alla fine io sono stato assolto”.

Su Agnelli ed Elkann

Giraudo riserva parole particolari anche a Gianni Agnelli. “L'Avvocato non era presente, era immanente. Appariva fisicamente nei momenti topici, senza il suo appoggio non avrei mai vinto la battaglia per lo stadio”. Proprio lo Stadium è un capitolo che non ha più frequentato: “Non ci sono mai voluto tornare, ho ceduto solo una volta perché mio figlio aveva comprato tre biglietti per i distinti, per me e il mio nipotino. Mi riconobbero e non riuscivo a uscire dallo stadio, tra foto, selfie e cori”. E alla domanda su un possibile ritorno risponde: “Solo se mi invita l'Ingegner Elkann”.

Su John Elkann il giudizio è invece positivo: “Sì, ha il quid. Ha preso una Exor che capitalizzava 2 miliardi, oggi sono 22. La riservatezza non deve ingannare, ha retto da giovanissimo grandi personalità e oggi li ha superati. Ho apprezzato un suo sms in cui si complimentava con me dopo l'assoluzione nel processo sui bilanci”.

Nel racconto c'è spazio anche per Silvio Berlusconi, definito “Il più grande presidente che ho incontrato in dodici anni di attività calcistica”. Giraudo conferma di essere stato cercato per il Milan: “Sì, la prima volta venne da me Vittorio Feltri e mi disse che il Cavaliere era interessato per il Milan. Poi a Palazzo Grazioli, da soli. Mi ha lusingato ma non avrei mai potuto tradire Umberto Agnelli”. Tra i ricordi cita anche un episodio legato a Buffon: “Non chiediamo nulla in cambio”.

Giraudo con Capello, Moggi e Andrea Agnelli
Giraudo con Capello, Moggi e Andrea AgnelliPACO SERINELLI / AFP

Quando si torna alla Triade, Giraudo rivendica un ruolo preciso: “Io. Il termine triade non mi piace, ero a capo di un gruppo di persone cui va dato merito dei risultati: Bettega, Romy Gai, Opezzi e Agricola”. Su Moggi il giudizio è articolato: “Gabetti e Boniperti non lo volevano. Il compromesso fu che veniva assunto senza potere di firma e rappresentanza nelle istituzioni. Come gestore di gruppo riconosco tutt'ora le capacità”. Ma poi arriva la critica: “Si è rovinato da solo nella comunicazione vanitosa. Ha fatto danni a se stesso e mancato di rispetto a chi ha lavorato con lui”.

Tra i campioni di quella Juventus, infine, Giraudo sorprende indicando Zidane: “Zidane, l'unico a cui abbiamo aumentato lo stipendio noi, senza che ce lo chiedesse”.

Il giudizio sul presente

Guardando al calcio italiano di oggi, Giraudo torna sul tema della governance e cita anche la FIGC: “Nel 2006 eravamo campioni del mondo e primi nel ranking FIFA. Con certi risultati come gli ultimi, bisognava resettare e tutti a casa. A cominciare da Abete, da decenni ai vertici federali con risultati perdenti. Per me la Federazione andava commissariata, invece si è cambiato il presidente ma non le logiche”.

Sul caso Mancini interviene con un confronto diretto: “Mi chiedo perché sia stato considerato più grave il contratto di sponsorizzazione betting in Russia di Pirlo rispetto alla situazione di Oriali, coinvolto nella vicenda del falso passaporto di Recoba, per la quale fu condannato e ha poi patteggiato. Mancini? Mi pare non piaccia alla Lega di Serie A. E Antonio Conte neanche interpellato. Peccato per Maldini, ma concordo con lui, nessuna possibilità di innovare con questi presupposti”. E aggiunge una riflessione più ampia: “Il sovranismo non è una buona ricetta neanche per il calcio. Perché non sviluppare academy sportive e calcistiche in Africa? Lo sport è esempio di integrazione”.

L'ultima parte dell'intervista è dedicata alla Juventus attuale, con un messaggio che guarda al futuro: “Adesso ci sono le premesse per tornare a farlo. Carnevali-Massara? Finalmente John Elkann ha scelto bene! Management adeguato, ci sono gli ingredienti per una Juve vincente”.

Su Andrea Agnelli, invece, arriva un riconoscimento personale: “Non so se sia perché la storia si ripete, ma amava la Juve almeno quanto Massimo Moratti amava l'Inter. Con però risultati di alto livello sul campo”.

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