Quando Ruben Amorim arrivò all’Old Trafford, l’aspettativa era quella di aprire un nuovo capitolo nella tormentata storia recente del Manchester United. Dopo la gestione di Erik ten Hag, il portoghese sembrava l’uomo ideale per restituire identità e ambizione a una squadra reduce da mesi di difficoltà.
Amorim arrivava dallo Sporting con una reputazione costruita attraverso risultati, idee precise e un sistema di gioco riconoscibile.
Amorim e un modulo che non ha mai convinto in Premier
A Manchester, però, quel progetto non è mai decollato. Il tecnico ha scelto di rimanere fedele alle proprie convinzioni tattiche, insistendo sul sistema che aveva rappresentato la sua firma allo Sporting anche quando la squadra faticava a recepirne i meccanismi.
Una scelta che, da un lato, poteva essere interpretata come coerenza e personalità; dall’altro, ha finito per alimentare tensioni interne e un rapporto sempre più complicato con il gruppo.
Le conferenze stampa si sono trasformate progressivamente in appuntamenti difficili e anche sul campo il confronto con i giocatori è diventato più aspro.
Il problema non era soltanto il rendimento: Amorim faticava a trasmettere la propria idea di calcio a una rosa che sembrava non riuscire ad adattarsi alle sue richieste.
Il peggior rendimento nella storia del Manchester United
La fedeltà al proprio metodo non ha trovato una conferma nei risultati. Al momento dell’esonero, Amorim aveva infatti registrato la peggior percentuale di vittorie tra gli allenatori nella storia del Manchester United: appena il 36,2% complessivo e il 31,9% in Premier League.
Numeri pesanti, che hanno inevitabilmente lasciato interrogativi sul suo approccio e sulla capacità di adattare le proprie idee alle caratteristiche della squadra.
Eppure, nonostante il fallimento inglese, il Milan ha scelto di affidargli la panchina dopo la separazione da Max Allegri, arrivata al termine di una stagione chiusa senza qualificazione alla Champions League.
L’avventura rossonera, però, non è iniziata nel modo migliore. Amorim ha assunto ufficialmente l’incarico a giugno e, nelle prime uscite estive, ha raccolto due pareggi contro Celtic e Inter, oltre a una netta sconfitta per 3-0 contro il Chelsea.
Risultati che, pur arrivando in una fase di preparazione, hanno riacceso immediatamente il dibattito sulle sue scelte.
La storia si ripete già al Milan?
Ed è proprio dopo questo primo ciclo di amichevoli che Amorim avrebbe ribadito alla dirigenza la volontà di costruire il Milan attorno alla difesa a cinque, il sistema che gli aveva permesso di raggiungere importanti risultati in Portogallo e che, invece, non aveva prodotto gli stessi effetti durante la parentesi inglese.
Una scelta che porta con sé una domanda inevitabile: il Milan rischia di trasformarsi in una nuova versione del Manchester United?
Il parallelismo non si ferma infatti al modulo. Come già accaduto a Manchester, Amorim sembra intenzionato a intervenire in profondità sulla rosa, escludendo dai propri piani diversi giocatori. Fikayo Tomori, Christopher Nkunku, Youssouf Fofana, David Odogu, Pervis Estupinan, Santiago Gimenez e Philip Terracciano sarebbero stati informati di non rientrare nel progetto tecnico e invitati a valutare nuove destinazioni.
Una vera e propria epurazione, dunque, che ricorda per certi versi le decisioni prese durante la sua esperienza allo United, quando anche giocatori come Alejandro Garnacho e Marcus Rashford finirono ai margini.
A Milano, tuttavia, il contesto è differente e la società difficilmente potrà permettere che il progetto degeneri fino agli stessi livelli raggiunti in Inghilterra.
Amorim si gioca la reputazione
Il tecnico portoghese ha scelto di assumersi una responsabilità enorme. Ha puntato sulle proprie idee, ha indicato con chiarezza i giocatori su cui intende costruire il progetto e ha accettato il rischio di mettere in discussione equilibri consolidati. Da qui in avanti, però, saranno soprattutto i risultati a giudicarlo.
Alcune decisioni possono essere comprese anche alla luce del rendimento della scorsa stagione: Santiago Gimenez, per esempio, ha chiuso il campionato con un solo gol in Serie A. Ma una rivoluzione di queste dimensioni comporta inevitabilmente dei rischi, soprattutto per un allenatore che arriva da un’esperienza estremamente negativa e che non può permettersi un’altra stagione di transizione.
Amorim, però, non sembra intenzionato a fare passi indietro.
"È una sfida molto grande che ho accettato, anche se dopo l'ultima mi ero detto di sceglierne una più piccola," ha dichiarato recentemente ai giornalisti.
"Forse è una sfida ancora più grande della precedente, ma sono al Milan per vincere, e se sei l'allenatore del Milan devi avere questa mentalità.
Non sono ingenuo, so che c'è molto lavoro da fare, ma se sei l'allenatore del Milan devi giocare per vincere."
Il futuro di Rafael Leão resta inoltre da definire e potrebbe aggiungere un ulteriore elemento di instabilità a un Milan già profondamente trasformato. Amorim ha scelto di prendere il controllo del progetto fin dall’inizio, senza compromessi: ora dovrà dimostrare che quella stessa determinazione che a Manchester si è trasformata in un limite può diventare, a Milano, il punto di partenza per una rinascita.
Perché dopo il fallimento allo United, al Milan non gli viene chiesto semplicemente di allenare: gli viene chiesto di dimostrare di essere ancora l’allenatore che tutti avevano immaginato quando arrivò per la prima volta all’Old Trafford.
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