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Maratona di NYC | La corsa di Don Francesco, 77 anni e un rene donato al fratello: "Gli devo tutto"

Lorenzo e Francesco Gallo
Lorenzo e Francesco GalloFrancesco Gallo

Ottantacinque maratone alle spalle, 77 anni e una storia che va ben oltre lo sport. Don Francesco Gallo torna a correre la maratona di New York domenica 1° novembre, tre anni dopo aver donato un rene al fratello Lorenzo. Per il sacerdote sarà la quarta partecipazione nella Grande Mela. Questa volta, però, il cronometro ha un'importanza diversa: l'obiettivo è semplicemente arrivare al traguardo.

Don Francesco Gallo, dopo aver donato un rene a suo fratello Lorenzo, ora vi preparate a vivere insieme la maratona di New York. Come è nata questa idea?

"Corro maratone dal 1988 e ne ho fatte 85. Quella di New York l'ho già corsa tre volte: la prima nel 1993, quando avevo 44 anni, poi a 55 e a 66. Mi ero dato questa regola di partecipare alla maratona di New York ogni volta che avrei raggiunto un'età con due cifre uguali. Quest'anno ne compio 77 e mi sono detto: perché non riprovarci?

Con la pandemia avevo deciso di chiudere la mia carriera da maratoneta, anche se avevo continuato ad allenarmi. Erano passati sette anni dall'ultima maratona e, già l'anno scorso, ho cominciato a pensare che avrei potuto riprovarci. Così, questa primavera, mi sono messo alla prova a Padova per capire se fossi ancora in grado di affrontare la distanza.

Fino al 28° chilometro sono riuscito a correre, anche se lentamente, poi ho completato l'ultima parte camminando. Ho impiegato cinque ore e tre quarti, ben lontano dalle tre ore e mezza che erano la mia media, ma per me è stato più che sufficiente. Questa volta sarà molto diverso rispetto all'ultima partecipazione a New York, quando avevo 66 anni. Adesso, a 77, se riuscirò a concludere la maratona in circa sei ore sarò contento".

Che cosa significa “correrla insieme”? Farete entrambi il percorso, condividerete una parte della gara o suo fratello sarà ad aspettarla lungo le strade?

"Mio fratello sarà qui con la sua famiglia, i figli e i nipoti. Mi ha detto che forse verrà in qualche punto del percorso a incitarmi, sempre che riesca a individuarmi in mezzo a oltre 50.000 persone, anzi, circa 60.000!

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Per me è una gioia potermi ritrovare ancora in mezzo a tutta questa gente. Quando corri non conta il titolo di studio, la condizione sociale o la nazionalità. Siamo tutti uguali, tutti ci affidiamo alle nostre gambe e siamo anche disposti ad aiutarci. Magari ci passiamo una bottiglietta d'acqua quando qualcuno ne ha bisogno oppure ci scambiamo una parola di incoraggiamento.

La maratona è un luogo in cui ci sentiamo fratelli e sorelle, ma nel modo più sincero, non inventato. È proprio questo uno degli aspetti più belli della corsa".

Dopo l'intervento, com'è stato tornare a correre? Quali passaggi e controlli medici l'hanno accompagnata fino alla preparazione di questa maratona?

"Ho donato il rene l'8 giugno 2023. L'intervento è stato fatto proprio qui a New York e ricordo che la nefrologa che mi seguiva, durante una visita, mi disse: 'Aspetta un mese e mezzo e vedrai che tornerai a essere esattamente come prima'.

La maratona di New York
La maratona di New YorkGORDON DONOVAN / NURPHOTO / NURPHOTO VIA AFP

Ed è stato proprio così. Quello che è cambiato, semmai, è l'età, che ormai è abbastanza avanzata. Per il resto, ci sono tante persone che hanno vissuto una vita normalissima con un solo rene, praticando anche sport e correndo maratone.

Per quanto riguarda la mia esperienza, la donazione non ha cambiato il mio modo di vivere. Ho potuto continuare a fare quello che facevo prima".

Lei ha un personale di 3 ore e 18 minuti e una lunga storia da maratoneta. Oggi che cosa cerca nella corsa e quanto è cambiato il suo rapporto con il cronometro?

"Quel tempo risale al 1991, alla mia quarta maratona. Me lo ricordo ancora! Molti anni dopo, nel 2009, sono riuscito quasi a eguagliarlo a Treviso, dove ho corso in 3 ore e 19 minuti. Erano passati diciotto anni ed ero riuscito ad avvicinarmi al mio primato di appena un minuto.

Oggi, invece, il mio rapporto con il cronometro è cambiato tantissimo. Nel senso che non lo guardo più!

C'è comunque un altro piccolo stimolo. Le classifiche vengono stilate anche per categorie d'età e io appartengo a quella tra i 75 e i 79 anni, dove immagino ci saranno pochi concorrenti. Per questo potrei anche riuscire a ottenere un piazzamento soddisfacente. Ma ciò che mi interessa davvero è riuscire a completare la maratona".

La corsa, la fede e il rapporto con Lorenzo

Da sacerdote, come riesce a conciliare allenamenti e vita parrocchiale? Che cosa le dicono i parrocchiani quando la vedono partire con le scarpe da corsa?

"Qualcuno mi ha detto: 'Continua a correre, mi raccomando!'.

Ogni tanto, purtroppo, si sente parlare di qualche mio confratello che finisce in situazioni di difficoltà spirituale o che compie qualcosa che diventa uno scandalo per la gente. Fortunatamente succede poche volte, grazie a Dio. E allora i parrocchiani mi invitano a scaricare tutte le mie energie correndo.

Ma, al di là di questo, io stesso trovo serenità nella fatica. È proprio mentre corro che mi vengono in mente, anche all'improvviso, spunti di riflessione che poi posso utilizzare nelle omelie.

Sono pensieri che possono interessare le persone e rendere più vero e convincente quello che dico, quello che predico. La corsa mi aiuta anche in questo".

Aveva già corso a New York nel 2015: quale ricordo porta con sé e che cosa rende diverso questo ritorno?

"New York cambia moltissimo e molto velocemente. Ogni volta che torno trovo un sacco di grattacieli nuovi, è impressionante.

Anche l'organizzazione della maratona, per me, sarà diversa. Questa volta non dovrò alzarmi alle quattro del mattino, perché faccio parte del quinto e ultimo scaglione, che partirà alle 11:30. Potrò quindi svegliarmi tranquillamente verso le sette e mezza o le otto, senza dover fare una levataccia.

Sono andato a ritirare il pettorale e già lì senti qualcosa di speciale. Vedi persone che parlano tutte le lingue del mondo, senti l'adrenalina, ma soprattutto percepisci la gioia e la spensieratezza.

C'è quasi un po' di incoscienza, perché sappiamo tutti quanto sarà difficile. Però alla fine prevale la gioia, quella che si respira in mezzo a tutte queste persone meravigliose".

La corsa e la fede si incontrano anche nei momenti di fatica? Quando arriva una crisi, durante una maratona, a che cosa si affida per andare avanti?

"La maratona è una metafora della vita. All'inizio tutto sembra abbastanza facile, proprio come accade nella vita. Poi, lungo il percorso, arrivano i problemi, le difficoltà e i momenti più duri.

Ma c'è sempre la speranza che tutto finisca bene, che anche la vita possa concludersi a braccia alzate, proprio come quando si arriva al traguardo di una maratona".

Se immagina il traguardo a Central Park e suo fratello accanto a lei, qual è la prima cosa che vorrebbe dirgli?

"Guardi, con mio fratello ho un rapporto particolare, che dura da tutta la vita. È stato lui, per primo, a entrare in seminario. Poi ha deciso di lasciarlo, si è sposato e ha costruito la sua famiglia. Quando gli ho confidato che anch'io volevo consacrarmi e diventare sacerdote, mi ha dato un consiglio che porto ancora con me. Mi disse: 'Guarda, impara a parlare con Gesù come parli con un amico'.

Mi ha sempre ospitato e mi ha dato un esempio di fede serena, insieme a sua moglie e ai suoi figli. È sempre stato un punto di riferimento per me e mi sono sentito continuamente aiutato da lui. Gli devo tutto. Per questo, in fondo, mi sento ancora in debito nei suoi confronti. Il rene che gli ho donato non basta ancora a ripagare il debito che sento verso di lui.

Ma tra noi c'è sempre stata tanta serenità. E allora penso che, se dovessimo ritrovarci insieme alla fine della maratona, forse non ci diremmo neanche niente. Gli direi soltanto: 'Che spettacolo!'".

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