È stata lunga e di successo la carriera di Franco Baresi, che ha superato difficoltà fin da giovanissimo. Cresciuto nella Unione Sportiva Oratorio di Travagliato, rimase orfano dei genitori a soli 14 anni, ma si aggrappò al calcio così come suoi fratello maggiore, Beppe. Nel 1974 entrò nel settore giovanile del Milan grazie alla segnalazione del dirigente Guido Settembrino, dopo essere stato scartato dall'Inter, la squadra per cui tifava.
La svolta arrivò nel 1978, quando Nils Liedholm lo fece esordire in Serie A. Nella stagione successiva divenne uno dei protagonisti dello scudetto della stella e conquistò rapidamente la fiducia dell'ambiente, tanto da ricevere l'investitura di un totem come Gianni Rivera al quale, avrebbe poi detto, non sarebbe mai riuscito a dare del tu. A soli 22 anni ereditò la fascia di capitano della squadra rossonera, diventando il simbolo della squadra.
Crollo e risalita
Gli anni successivi alternarono grandi soddisfazioni e momenti difficili. Visse le due retrocessioni del Milan, prima dopo lo scandalo del Totonero e poi nel 1982, superando anche una grave malattia che lo costrinse a fermarsi per diversi mesi. Pur corteggiato da numerosi club, Baresi scelse sempre di restare fedele al suo Milan, dove avrebbe poi scritto la storia. Nel 1982 ha formato parte della nazionale italiana che vinse i Mondiali, seppur senza mai scendere in campo.
L'arrivo di Silvio Berlusconi nel 1986 segnò l'inizio della rinascita societaria, completata nel 1987 con l'approdo di Arrigo Sacchi. Insieme a Gullit, Van Basten e poi Rijkaard, il capitano guidò i rossoneri alla conquista dello scudetto del 1988 e delle Coppe dei Campioni del 1989 e del 1990, aprendo uno dei cicli più vincenti della storia del club. Celebri, in quegli anni, i suoi duelli con Diego Armando Maradona, che lo omaggiò vestendo la sua maglia dopo uno storico Napoli-Milan.
Un palmarés storico
Una carriera passata con la maglia del Milan cucita addosso, come una seconda pelle, e una fascia da capitano restata al suo braccio non solo per 15 anni ma per sempre, nell'immaginario dei tifosi rossoneri, che lo elessero giocatore più importante della storia del club in occasione del centenario. Qualche anno dopo l'uscita di scena dal campo, il club rossonero ritirò anche la maglia numero 6, un tutt'uno con Baresi.
Da leggenda la sua carriera in rossonero: sei scudetti, tre Coppe Campioni, 2 Intercontinentali, 4 SuperCoppe europee e 2 italiane. Ma i numeri non dicono tutto. Ha attraversato il Milan di Liedholm, Sacchi e Capello - lui che era stato scartato a 12 anni da un provino Inter, dove gia' giocava il fratello Beppe - ha giocato con campioni del calibro di Rivera, Maldini o Van Basten, al fianco dei quali non sfigurava per classe, tocco di palla e visione di gioco.
E proprio dall'olandese fu 'bruciato' sul filo del Pallone d'Oro '89, quando appariva impensabile che a vincerlo potesse essere un difensore. Ma il ruolo stava stretto a 'Kaiser' Baresi, ribattezzato cosi' perche' come Beckenbauer guidava da dietro il gioco: la sua interpretazione del libero, tutta moderna - in un calcio fatto di zona, pressing e verticalità -, lo aveva portato ed esser spostato a centrocampo in azzurro, da Bearzot, che peraltro contava per quella posizione su Scirea.
Il Mondiale sfiorato
Con il passaggio in panchina a Fabio Capello arrivò un'altra epoca di successi. Il Milan conquistò altri quattro scudetti e la Champions League del 1994. In Nazionale, dopo un primo addio nel 1992, tornò su richiesta di Sacchi e disputò il Mondiale del 1994, concluso con la sconfitta ai rigori contro il Brasile nella finale di Pasadena, dove fu il primo azzurro a fallire dal dischetto in seguito a una prestazione maiuscola solo 25 giorni dopo la rottura del menisco.
Dopo aver dedicato gli ultimi anni della carriera al Milan, festeggiò anche lo scudetto del 1996. La stagione 1996-97 fu l'ultima da calciatore e, nel giugno 1997, Baresi annunciò il ritiro, chiudendo una carriera interamente legata ai colori rossoneri e diventando una delle più grandi bandiere della storia del calcio italiano.
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