Ascolta le notizie di Diretta!
Alcuni articoli selezionati, tra cui questo, sono disponibili anche in formato audio. Ascoltali e iscriviti su Spotify e Apple Podcast

L’età, da sola, non è una condizione necessaria o sufficiente per essere fuori tempo rispetto all’attualità. Vale nella vita e vale anche nel calcio. Basta guardare quello che sta facendo Gian Piero Gasperini alla Roma, oppure il calcio spettacolare proposto da Hansi Flick a Barcellona.
Il primo ha 68 anni, il secondo 61. E c’è sempre Luis Enrique, 56 anni, reduce da grandi successi con il Paris Saint-Germain e ancora tra i tecnici più apprezzati del panorama internazionale. E che dire del ct campione del mondo, Luis de la Fuente, che di primavere ne ha già viste 65, ma ha saputo riportare la Spagna in alto grazie a un'entusiasmante proposta di calcio offensivo? Nessuno di loro può essere considerato superato soltanto per una questione anagrafica.

Eppure, osservando le difficoltà di Luciano Spalletti, Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, il dubbio comincia a farsi strada. Non tanto sulla loro capacità di allenare, quanto sulla possibilità che alcune convinzioni, un tempo decisive per il successo, oggi rischino di trasformarsi in un limite.
Spalletti e Sarri hanno 67 anni, Allegri 59: tre tecnici di grande esperienza, tra i più rinomati e influenti del calcio italiano, ma alle prese con una realtà che sembra chiedere qualcosa di diverso.
La carica dei quarantenni
Basta allargare lo sguardo oltre i confini della Serie A per cogliere la direzione del cambiamento. In Premier League, Enzo Maresca ha 46 anni e Mikel Arteta 44; in Germania, Vincent Kompany, quarantenne, guida il Bayern Monaco in vetta alla classifica della Bundesliga.
E anche tornando in Italia, la dinamica è la stessa: tra le squadre che occupano le posizioni di vertice ci sono allenatori più giovani come Cristian Chivu, 45 anni, e Gennaro Gattuso, 48. E alle loro spalle - fatta eccezione per il buon Gasp - si muove una generazione che sta cercando di imporre idee, linguaggi e metodi differenti: da Rúben Amorim, 41 anni, a Cesc Fàbregas, 39, fino a Fabio Pisacane, 40.
Il punto, però, non è stabilire una graduatoria anagrafica. Gasperini, come dicevamo, dimostra da anni che si può proporre un calcio moderno anche superati i sessant’anni.
E lo stesso Massimiliano Alvini sta dimostrando che ci si può esprimere al meglio delle proprie possibilità dopo aver abbondantemente superato i 50 anni (56). Il discrimine, quindi, non è - e non potrebbe mai essere - la data di nascita, bensì la capacità di evolversi, aggiornare le proprie idee e adattarsi a un gioco che cambia continuamente.
Scrollarsi di dosso paure e dogmi
È proprio qui che sembra risiedere il problema di Spalletti, Allegri e Sarri. Quando un sistema di gioco, una filosofia o un insieme di dogmi hanno portato vittorie e riconoscimenti, metterli in discussione diventa più difficile. Il rischio è continuare a cercare le soluzioni di ieri in un calcio che, nel frattempo, ha cambiato velocità, intensità e riferimenti.
Il successo passato, che spesso è stato una risorsa (e può continuare a esserlo senza esserne schiavi), diventa improvvisamente una trappola se impedisce di leggere il presente.
Per Atalanta, Napoli e Juventus, con situazioni e pressioni differenti, la necessità di reagire è ormai evidente. Per i bianconeri e per gli azzurri la situazione appare particolarmente delicata: non basta più affidarsi al prestigio dei rispettivi allenatori o alla loro esperienza. Servono risposte immediate, sul piano dei risultati e delle prestazioni. In caso contrario, i club potrebbero essere costretti a valutare un cambio di rotta, affidando la guida tecnica a un nuovo capitano.

Sarri, almeno in teoria, può contare su un contesto meno incline alle decisioni impulsive. La storia dell’Atalanta e la maggiore tranquillità della piazza potrebbero concedergli più tempo, anche se le ambizioni della Dea, ormai stabilmente proiettata verso le zone alte della classifica e protagonista in Europa, impongono comunque standard elevati.
Alla fine, la questione riguarda tutti e tre. Spalletti, Allegri e Sarri - rigorosamente in ordine di classifica - non devono dimostrare di essere giovani, ma di saper ancora interpretare il calcio di oggi. La loro esperienza resta un patrimonio importante, a patto che non diventi un rifugio. Perché nel calcio non esistono idee valide per sempre e nessun curriculum garantisce un posto al comando.
E così, i grandi saggi della panchina italiana si trovano davanti a un bivio: rimettersi in discussione, aggiornare le proprie convinzioni e trovare nuove risposte, oppure rischiare di essere superati da una generazione che non ha paura di cambiare. Non è una questione di età. È una questione di futuro: rinnovarsi o morire.
SEGUI TUTTE LE NOTIZIE DELLA GIORNATA IN DIRETTA
Per rimanere aggiornato su tutto ciò che accade nel mondo del calcio, segui il nostro live. Notizie, curiosità, approfondimenti e reazioni dai social: tutto in un unico spazio, aggiornato in tempo reale.
