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In questa intervista esclusiva per Flashscore, l'ex difensore italiano Andrea Ranocchia parla della sua carriera e presenta Athletics Mind, la piattaforma da lui fondata per offrire agli atleti un supporto psicologico e nutrizionale essenziale. Dalla rottura del tabù della salute mentale nello sport alle sue esperienze personali con la pressione in Italia e in Inghilterra, Ranocchia offre spunti preziosi sulla vita di un calciatore oltre il campo.
Come è nata l'idea di Athletics Mind?
"Athletics Mind è nata da un'idea basata sulla mia esperienza diretta in campo. Da quando ero bambino fino a quando sono diventato un calciatore professionista, ho attraversato molte fasi diverse. Purtroppo, ho scoperto il settore del supporto psicologico nello sport troppo tardi, intorno ai 29-30 anni. Se ne fossi stato consapevole prima, probabilmente avrei affrontato molte situazioni in modo diverso".
"A seconda dell'età emergono ostacoli diversi; senza un aiuto adeguato è molto più difficile gestirli. Per me le cose sono andate bene grazie alla mia tenacia, ma la maggior parte dei ragazzi finisce per perdersi lungo il cammino."
Nel mondo del calcio prevale sempre la narrazione del calciatore visto come un eroe, che non ammette mai fallimenti o sconfitte. Come si rompe il muro di silenzio che circonda la salute mentale di un atleta?
"Fortunatamente, negli ultimi anni molti atleti di alto livello hanno iniziato ad aprirsi e a chiedere aiuto. Più che parlare soltanto di salute mentale, è fondamentale capire che, così come ci si affida agli allenatori per gli aspetti tecnici, tattici e atletici, bisogna anche rivolgersi a uno psicologo per prendersi cura della propria sfera mentale".
"Purtroppo non è ancora un'idea consolidata ed è profondamente sbagliato pensare che si vada dallo psicologo soltanto quando si sta male. Ci si va, invece, per affrontare quei momenti della vita in cui non si hanno gli strumenti necessari per farcela da soli."
In Athletics Mind vi occupate anche di nutrizione. Qual è il vostro approccio da questo punto di vista?
"Abbiamo a disposizione specialisti sia nell'ambito nutrizionale sia in quello psicologico. In base alle esigenze specifiche, allo sport praticato e all'età, viene elaborato un programma nutrizionale personalizzato. Mangiare correttamente in base al proprio sport è fondamentale e deve andare di pari passo con l'aspetto psicologico e con il lavoro sul campo."
Con il tuo podcast "Frog Talks" hai permesso ai tuoi colleghi di parlare liberamente, affrontando un aspetto più psicologico che scalfisce la consueta immagine patinata del calciatore. Com'è stata l'esperienza di lasciare che i tuoi ex compagni raccontassero le loro storie?
"È stata una bellissima esperienza. Avendo il privilegio di interagire quotidianamente con calciatori di alto livello, ho cercato di far emergere quegli aspetti che spesso sfuggono ai giornalisti, proprio a causa del muro che separa i media dagli atleti. Il percorso di crescita è lo stesso per tutti: anche chi è diventato un campione ha dovuto affrontare momenti di crisi e grandi difficoltà".
"Sono stati bravi a raggiungere il professionismo, ma poter raccontare il loro percorso, con tutti gli ostacoli che hanno superato, è fondamentale per permettere ai giovani di avvicinarsi a queste realtà sapendo che le sfide sono le stesse per tutti."
Da calciatore hai vissuto momenti difficili; viene in mente quell'episodio in ritiro, quando Spalletti ti difese dagli insulti di un tifoso. Quanto conta avere un allenatore che guarda prima l'uomo dell'atleta?
"Conta moltissimo e, in questo momento storico, significa tutto. L'allenatore è infatti il primo psicologo della squadra. Naturalmente deve sapersi circondare di uno staff competente, ma spetta a lui capire come interagire con tante mentalità e culture diverse".
"I grandi allenatori hanno un vantaggio proprio perché riescono a comprendere la persona che si cela dietro il calciatore. Dall'esterno può sembrare che chi gioca a calcio non abbia problemi, ma in realtà si affrontano difficoltà in ogni fase della carriera, dai sei anni fino al post-ritiro."

In una precedente intervista hai definito la tua esperienza all'Hull City in Inghilterra come un momento di "disintossicazione". Cosa c'è di diverso nella cultura inglese, tanto da permettere a un calciatore di respirare e vivere senza la pressione opprimente che esiste in Italia?
"La gestione della pressione cambia completamente. Lì il calcio è vissuto intensamente dal punto di vista sportivo, ma una volta terminata la partita non c'è la stessa esasperazione da parte dei media o dei tifosi. In Italia siamo estremamente appassionati, ma a volte esageriamo e finiamo per comportarci in modo scorretto nei confronti dello sport".
"Quell'esperienza mi ha ricaricato perché mi ha permesso di ritrovare me stesso e il giusto equilibrio per vivere il calcio, che in Italia era diventato complicato."
È stato in quel periodo che hai deciso di cercare un aiuto esterno?
"La vera svolta per me è arrivata all'Inter, quando il club ci mise a disposizione uno psicologo. Decisi di provare e mi sentii subito molto a mio agio. Il consiglio che do sempre agli atleti è di provare: nel peggiore dei casi non succede nulla, ma in quello migliore può aiutarti enormemente, migliorando la qualità della vita e, di conseguenza, le prestazioni sportive."
Un momento molto delicato per molti atleti è quando i riflettori si spengono. Hai deciso di ritirarti relativamente giovane, dichiarando di non avere più motivazioni. Come hai affrontato questa transizione, che nel calcio è spesso un tabù?
"Nel mio caso è stata una decisione personale e consapevole, quindi è stato più facile accettarla. Chi è costretto a smettere per problemi fisici o per altri motivi fa molta più fatica. È difficile abituarsi di nuovo a una vita normale dopo aver vissuto con la stessa identica routine dall'età di cinque anni. Proprio per questo è fondamentale avere sostegno durante quella fase, per non rischiare di finire in una spirale negativa dalla quale è complicato uscire."
Hai fatto una scelta in controtendenza, decidendo di tornare a vivere ad Assisi, lontano dalle luci della città. Come hai vissuto questa decisione?
"Per me era la normalità, qualcosa che avevo programmato da anni. La mia intenzione è sempre stata quella di tornare a vivere ad Assisi e crescere i miei figli nei luoghi in cui sono cresciuto. Essendo molto legato alle mie radici e agli amici d'infanzia, è stata una scelta assolutamente naturale."
Allargando il discorso, durante la tua carriera hai avuto sia Mancini sia Ranieri. Ora che hanno tra le mani questa Nazionale, impegnata in una fase di rinascita dopo le difficoltà legate alla mancata qualificazione a tre Mondiali, cosa pensi possano fare per l'Italia?
"Sono allenatori con una grande esperienza, anche se Ranieri non allena più. Gestire la Nazionale è sempre un compito difficile perché si ha poco tempo per lavorare con i giocatori e molto dipende dal momento specifico della stagione in cui arrivano".
"Mancini ha dimostrato di poter fare un ottimo lavoro e le ultime partite sono state in miglioramento, il che è un buon segnale. Tuttavia, se vogliamo tornare a competere al livello di Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo, serviranno anni di lavoro per ricostruire una solida base di talenti."
Da ex giocatore dell'Inter, vedi qualche rivale in grado di competere con l'Inter per lo Scudetto in questa stagione?
"Sulla carta direi di no e, storicamente, negli ultimi anni non ci sono stati veri rivali. Ovviamente nel calcio nulla è mai certo e possono entrare in gioco molte dinamiche imprevedibili. Ad oggi, però, non vedo squadre capaci di arrivare all'ultima giornata lottando con l'Inter per lo Scudetto."
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