Errare è umano, perseverare è diabolico, ma sbagliare per la terza volta sarebbe semplicemente catastrofico. Non esistono aggettivi sufficienti a descrivere cosa significherebbe, per il calcio italiano, un terzo Mondiale consecutivo da spettatori.
Domani sera, a Bergamo, l'Italia di Gennaro Gattuso affronta l'Irlanda del Nord nella semifinale secca dei playoff. Un ostacolo che arriva quattro anni dopo l'eliminazione rimediata contro la Macedonia del Nord e otto anni dopo quella, altrettanto dolorosa, per mano della Svezia.

Ricordiamo, infatti, qualora ce ne fosse bisogno, che sono già due le Coppe del Mondo consecutive saltate dagli azzurri. Una terza sarebbe qualcosa di inimmaginabile per una Nazionale che, dietro soltanto al Brasile con cinque titoli, ne conta quattro in bacheca. Ed è per questa ragione che quella di domani non è soltanto una partita di calcio. E già, perché l'esito di questi playoff si vedrà riflesso, quantomeno, su tre livelli distinti, tutti egualmente profondi.
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La credibilità
Il primo è quello della credibilità. Uscire ancora una volta in questa fase, contro avversarie tutt'altro che proibitive - in caso di passaggio del turno, l'ostacolo sarebbe la vincente tra Galles e Bosnia ed Erzegovina - infliggerebbe un colpo devastante a un'immagine già compromessa. In crisi, infatti, non c'è solo la Nazionale, ma anche i club italiani che faticano enormemente a lasciare il proprio segno in Europa.
L'Atalanta, ultima rappresentante italiana agli ottavi di Champions League, è stata eliminata senza troppi complimenti dal Bayern Monaco. Nessuna squadra italiana è presente ai quarti di finale della massima competizione europea. Insomma, il quadro complessivo è quello di un movimento che ha già perso competitività e credibilità rispetto alle grandi potenze continentali, e che ha bisogno, urgentemente, di segnali di inversione di tendenza.

Il rilancio
Il secondo livello, non a caso, è quello del rilancio. Il Mondiale nordamericano, in programma dall'11 giugno tra Stati Uniti, Messico e Canada, rappresenta molto più di una semplice competizione. Era - ed è ancora, se tutto andrà bene - l'occasione attesa per voltare pagina dopo quello che, senza eufemismi, è stato il periodo più buio della storia del calcio italiano a livello nazionale.
Qualificarsi non risolverebbe i problemi strutturali di un movimento in evidente crisi, ma darebbe ossigeno, fiducia, e la possibilità di affrontare il futuro con un minimo di ottimismo e slancio. Non farlo li aggraverebbe in modo forse irreparabile.
I tifosi
Il terzo livello, il più umano, riguarda i tifosi. Sono già due generazioni di adolescenti - non solo italiani - a non aver avuto la possibilità di tifare per gli azzurri a un Mondiale. Un'intera fascia di giovani cresciuta, senza quel rito collettivo che va ben oltre lo sport: le notti in piazza, le famiglie davanti alla televisione, il Paese unito attorno a una maglia.
In un momento storico di polarizzazione sociale crescente, l'Italia al Mondiale rappresenterebbe un fattore aggregativo, un elemento capace di far guardare al futuro, almeno per qualche settimana, con un senso comune di appartenenza.
