In Germania, dopo aver sconfitto proprio i tedeschi in semifinale, e contro la Francia nell'atto decisivo. Il trionfo dell'Italia ai Mondiali del 2006 fu un'autentica esplosione di allegria repressa. Perché per 24 anni era mancato un successo di qualsiasi tipo agli azzurri, ma non erano mancate le emozioni. La semifinale dell'edizione del 1990 e la finale di quella del 1994 erano state poi seguite dalla finale dell'Euro 2000 in cui gli ultimi secondi furono fatali per il gol di Wiltord che pareggiava quello di Delvecchio.
La delusione dei Mondiali 2002 in Corea, dove una rosa di fenomeni venne piegata anche dalle polemiche decisioni dell'arbitro ecuatoriano Byron Moreno contro la Corea del Sud, fu seguita da quella dell'Euro 2004, quando a fare da capro espiatorio furono Danimarca e Svezia, autrici del famigerato "biscotto". La qualità, però, c'era eccome. Fenomeni come Buffon, Cannavaro, Nesta, Pirlo, Totti, Del Piero e De Rossi seguivano le orme di Baresi, Baggio e Maldini, solo per citarne alcuni.
E grazie alla gestione di uno stratega accorto ma carismatico come Marcello Lippi, la Nazionale realizzò un cammino strepitoso a Germania 2006. Il tutto dopo che prima del torneo stesso era venuto fuori lo scandalo di Calciopoli, che invece di ammosciare il gruppo lo motivò al massimo.
Difesa di ferro
Arrivata convinta dei propri mezzi dopo alcune amichevoli convincenti e trionfanti contro Olanda e Germania, la squadra azzurra vantava campioni in tutti i reparti. Se in porta Buffon era una garanzia, in difesa Cannavaro e Nesta formavano la coppia più solida del pianeta, mentre in mezzo attorno a Pirlo, Camoranesi e Perrotta svolgevano i loro compiti tattici alla perfezione, anche grazie al filtro assicurato da Gattuso. In avanti il capocannoniere della Serie A Luca Toni veniva da 31 reti in 38 presenze con la Fiorentina, e come spalla aveva uno tra Del Piero e Totti, che però veniva dalla rottura del perone e della caviglia a febbraio.
La differenza, in realtà, la fece la compattezza della squadra. Perché nella cavalcata verso la gloria gli azzurri subirono appena un gol prima della finale. E a farselo furono proprio loro, dato che il pari per 1-1 contro gli USA al secondo incontro del girone - dopo la vittoria all'esordio sul Ghana per 2-0 - arrivò tramite un clamoroso autogol di Cristian Zaccardo, che poi avrebbe perso il posto. Da quel momento in poi, infatti, Lippi spostò Zambrotta sulla fascia destra e schierò Fabio Grosso come terzino sinistro.
Eroi per caso
Risoluta come non mai, l'Italia rispose presente nel terzo incontro con la Repubblica Ceca, dove l'infortunio di Nesta diede spazio a Marco Materazzi, uno degli eroi per caso. Il suo gol a pochi minuti dall'ingresso in campo spalancò agli azzurri le porte degli ottavi, dove l'espulsione dello stesso difensore interista diede spazio all'agonia. In dieci uomini Cannavaro e compagni resistettero fino al 90esimo, quando Grosso si procurò un rigore a dir poco generoso che oggi, probabilmente, col Var sarebbe stato revocato. Il penalty trasformato da Totti rappresentò la svolta e generò un entusiasmo riscontrato nel trionfo per 3-0 sull'Ucraina ai quarti di finale.
Poi, l'opera maestra dell'orchesta azzurra fu registrata improvvisando in semifinale a Dortmund contro i padroni della Germania. Alla retroguardia chiusa con solerzia da un monumentale Cannavaro si aggiunse uno spirito offensivo inedito, propiziato dalla scelta di Lippi di chiudere l'ultimo tempo supplementare con quattro attaccanti. A risolverla quasi allo scadere fu di nuovo il piede sinistro di Grosso, che avrebbe poi esultato con una corsa diventata subito emblematica.
A Berlino, contro una Francia superiore per tecnica e condizione fisica, Buffon subì il secondo gol in sette partite, ma su un rigore pizzicato da uno Zidane che voleva dire addio al calcio con la più dolce delle esecuzioni. A rispondere subito dopo fu però Materazzi, che avrebbe poi provocato l'espulsione dello stesso Zidane e realizzato uno dei rigori nella sessione decisiva. Il trionfo della dedizione e del lavoro fu culminato dalla trasformazione da parte di Grosso, l'operaio che andava in paradiso.
Vuoto
A distanza di vent'anni è stato tutto capovolto. Perché in Italia ci si è eccessivamente crogiolati sui risultati, pensando inoltre che la tradizione potesse essere eterna e di diritto divino. Il lavoro nelle accademie per formare giovani prospetti è stato preso sotto gamba, così come gli stadi di proprietà e la formazione specifica. Al potere restano sempre gli stessi, o almeno ci provano, come successo ora con la candidatura di Giancarlo Abete. Le pessime figure ai Mondiali 2010 e 2014, dove non si passò il girone, sono state seguite da sciagure ancora peggiori.

Le buone prove all'Euro 2012 (secondo posto) e a quello 2016 (quarti di finale con una squadra quasi totalmente composta da mestieranti) sono state poi seguite dal trionfo a Wembley nel 2021. Eppure, in campo intercontinentale gli azzurri hanno mancato tre qualificazioni di seguito. Un'onta infinita per una scuola calcistica tra le più importanti e di successo del mondo, dove il livello medio del campionato di Serie A è calato notevolmente. Non a caso, tanti possibili fenomeni scappano dall'Italia, ultimo Samuele Inacio oggi al Borussia Dortmund.
Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia hanno messo in ridicolo gli azzurri dal 2017 a oggi. Il successo all'Euro 2021 ha rappresentato una rondine sporadica che è volata via e non ha fatto primavera. Per il disgelo serviranno manovre concrete. Iniziando dai giovani, che il sistema deve convincere a restare in Italia. Non di certo come nel caso di Marco Palestra, scappato al Chelsea anche per una questione economica. Sono passati vent'anni da Berlino. In realtà, però, sembra trascorso un secolo.
