Achraf Lazaar, ex terzino sinistro di quel magnifico Palermo, ripercorre con noi i capitoli più significativi della sua carriera, senza filtri.
Dal suo giudizio severo su Rafa Benítez e gli allenamenti del Newcastle, alla nostalgia per l’Italia e alla forte ambizione di riconquistare un posto nella nazionale marocchina in vista del Mondiale 2030: l'intervista completa a cura di Flashscore.
L'intervista
Partiamo dal presente. Come stai fisicamente e mentalmente? Ti stai preparando per tornare in campo o ormai guardi il calcio dall’esterno?
"Mentalmente mi sento benissimo, nonostante gli impegni imprenditoriali — i brand si fidano di me e mi coinvolgono spesso in varie iniziative. Al di là del business, resto sempre un calciatore: sono nato per il calcio e lo sarò per sempre".
"Fisicamente sono in ottima forma e sto aspettando una situazione su cui il mio agente lavora da mesi. Abbiamo avuto la possibilità di trasferirci prima, ma abbiamo deciso di iniziare direttamente con il ritiro precampionato, perché per me è fondamentale: è il carburante di ogni giocatore. Se fai bene la preparazione, tutta la stagione va alla grande. È lì che si costruisce davvero il lavoro, e io ne ho bisogno per partire subito forte."
Puoi anticiparci dove sarà questa nuova avventura?
"In Bulgaria. Ho ricevuto anche un paio di richieste dal Brasile, da club di seconda divisione, ma siccome sto aprendo attività in Europa e guardo verso Dubai, preferisco restare vicino. Voglio anche mandare un messaggio alla nazionale marocchina: da quando sono andato via, non ho visto un vero terzino sinistro puro; sono tutti adattati. Credo di poter ricoprire quel ruolo come ho sempre fatto."
Parlando della nazionale marocchina, il Mondiale è ormai alle porte e il ricordo di quella storica semifinale del 2022 è ancora vivo. Pensi che ci sia più entusiasmo o più pressione per mantenere quei livelli?
"Non sento ancora una vera pressione, perché non è come gli altri Mondiali. I tifosi marocchini guardano sempre all’ultimo risultato; tendono a dimenticare i momenti belli e a concentrarsi solo sugli aspetti negativi. In questo momento stanno aspettando di vedere le scelte del ct; ci sono state polemiche perché giocatori storicamente sempre presenti non sono stati convocati, come En-Nesyri".
"Io sono sempre di parte e sostengo i ragazzi che indossano la maglia. Sarà una prova enorme, anche perché esordire contro il Brasile non è cosa da poco."
Hai indossato la maglia della nazionale per tanto tempo. Sei orgoglioso del tuo percorso? È una porta ancora aperta?
"Sì, sono sempre in contatto con i ragazzi e lo staff. Conosco ancora tante persone lì".
"Sono rimasto nel giro fino al 2021 con Vahid Halilhodzic ed ero pronto per andare alla Coppa d’Africa. La nazionale mi aveva anche aiutato a trovare squadra dopo l’esperienza al Watford, così da giocare il più possibile: per questo sono andato al Portimonense in Portogallo, dove volevano darmi minuti per arrivare pronto al torneo. Purtroppo, nel 2021 ho subito un brutto infortunio: frattura del perone, che mi ha tenuto fuori quasi un anno. Questo mi ha frenato proprio quando è arrivato Regragui, che mi ha completamente ignorato".
"È comprensibile, visto che ero senza squadra, ma mi sarei aspettato almeno una telefonata per rispetto di quanto ho sempre dato alla nazionale, un segno di rispetto dovuto a chi ha sempre fatto parte del gruppo. A quel punto mi sono allontanato dallo staff e ho continuato a lavorare su me stesso con un preparatore atletico di alto livello".
"Spero di rimettermi in carreggiata e chiudere la carriera in bellezza, magari giocando un ultimo Mondiale prima di appendere gli scarpini al chiodo."

Da esterno sinistro puro, che opinione hai degli attuali terzini marocchini come Hakimi e Mazraoui? Il tuo ruolo è cambiato molto negli anni?
"Come giocatore sono sempre stato offensivo; la fase difensiva mi annoiava un po’. Cercavo sempre la profondità, e la mia filosofia era restare alto per pressare l’avversario, spesso giocando in una difesa a cinque. Stando alto potevo anticipare l’avversario durante il possesso, così che appena recuperavo palla ero già nella loro metà campo. Era uno stile che già adottavo a Palermo e a Varese, e oggi è diventato il calcio moderno".
"Sono orgoglioso di compagni come Hakimi e Mazraoui, che sono tra i migliori al mondo. A volte penso di essere nato nella generazione sbagliata: se giocassi oggi come allora, forse avrei raggiunto traguardi ancora più alti, magari la Champions League".
"Comunque accetto ciò che Dio ha scritto per il mio percorso e sono fiero di quanto ho fatto, ma resto una persona molto ambiziosa che non si ferma davanti al primo ostacolo."
In Italia, il tuo nome fa subito pensare a quel grande Palermo di Iachini, con Dybala, Vazquez e Belotti. Che ricordi hai?
"Il ricordo più bello è proprio Palermo: nessuna città e nessuna tifoseria sono come loro. Anche lo spogliatoio che avevamo è difficile da trovare; in tutti questi anni non credo di aver mai più incontrato un gruppo così".
"Mi dispiace davvero per quello che è successo a Zamparini (ex presidente scomparso nel 2022); era un uomo che capiva davvero di calcio, al di là del carattere. Penso sia molto difficile che il Palermo di oggi riesca a costruire una squadra come quella."
Oggi il Palermo fa parte del City Football Group. Perché secondo te fa così fatica a tornare in Serie A nonostante gli investimenti?
"A volte gli investimenti non garantiscono risultati; puoi spendere 60 milioni per un giocatore e si rivela un flop".
"Zamparini mi prese per pochi soldi, circa 1,2 milioni, e fece lo stesso con talenti come Dybala. Oggi è difficile scovare talenti come Vazquez, Barreto, Abel Hernandez".
"Molti dei ragazzi che erano con noi e magari non partivano nemmeno titolari ora sono capitani e stelle nei club italiani. Il calcio è cambiato: ogni anno c’è meno qualità, non vedi più il ragazzino talentuoso che può cambiare la partita da solo. Ora è un gioco robotico, devi giocare a uno o due tocchi come dei robot e seguire solo le indicazioni dell’allenatore".

Cosa ti ha dato l’Italia a livello personale e tattico?
"L’Italia mi ha dato tantissimo, mi sento italiano anch’io perché sono cresciuto qui, anche se sono nato in Marocco. Mi ha dato educazione e cultura; ho tantissimi amici italiani".
"Sono molto legato a Varese, dove mi vogliono bene come un figlio, e sto cercando di restituire qualcosa alla città investendo sul territorio. Parlo spesso con figure istituzionali e professionisti, come Emanuele Monti o l’avvocato Montalbetti, per fare qualcosa per i ragazzi e i giovani, per ridare vita alla città".
"Tatticamente, se non fosse stato per l’Italia, non avrei mai saputo valorizzare al massimo le mie qualità. Ricordo che quando arrivai dal Raja Casablanca mi dissero che tecnicamente ero su un altro livello, ma l’Italia mi ha reso perfetto tatticamente".
"Ora spero di aiutare i giovani con la mia esperienza, magari con progetti di academy, perché il calcio giovanile oggi è in pessime mani".
Oltre all’Italia, hai avuto esperienze importanti in Inghilterra. Che differenze hai notato?
"Il calcio inglese è il più forte al mondo, ma in Italia è una religione, e mi dispiace che oggi questo sentimento si stia perdendo. In Inghilterra, pur avendo giocato in club come Newcastle, Watford o Sheffield Wednesday, fuori dal campo non mi sentivo davvero un calciatore".
"A Palermo ero venerato e coccolato come un re; al Newcastle invece i tifosi erano freddi. Lo stadio era magnifico, sempre pieno con 55.000 persone, ma per strada nessuno sapeva chi fossi. Potevo bere un caffè accanto a loro e a malapena mi salutavano. Mi mancava quella bella pressione italiana dove i tifosi ti fanno sentire l’inferno se perdi".
"Inoltre, in Inghilterra prima delle partite ballavano e mettevano musica nello spogliatoio; io invece avevo bisogno di silenzio e concentrazione, mi bastava sentire i tacchetti sul pavimento".
Com’era il rapporto con Rafa Benitez?
"Personalmente non ho avuto un buon rapporto con lui. Anche se aveva spinto molto per prendermi, al Newcastle non mi ha mai dato una vera possibilità di giocare".
"Alla prima partita ho subito tanti falli e lui mi ha detto subito: 'Questa non è la Serie A.' Mi sentivo spaesato, non parlavo inglese e il mio ex agente, dopo aver preso la sua percentuale sul trasferimento, mi aveva praticamente abbandonato".
"Benitez mi faceva giocare una volta ogni tre settimane: è impossibile trovare la condizione così. I suoi allenamenti erano diversi: non correvamo mai, solo possessi palla per 40 minuti e poi a casa. A Palermo volavo, mentre al Newcastle mi stancavo subito perché avevo perso la resistenza".
"In Inghilterra facevano molta palestra e, prendendo esempio da Cristiano Ronaldo, ho iniziato programmi di pesi pesanti. Mi sono ingrossato troppo e sono iniziati gli infortuni muscolari".
"Ero stressatissimo perché sono passato dall’essere cercato da tutta la Serie A e dal Lione a scaldare la panchina in Championship. Uscivo la sera con gli amici fino alle due o tre solo per sfuggire a quella situazione, anche se non bevevo".
"Benitez mi diceva che non sapevo quando giocare a uno o due tocchi e mi impediva di saltare l’uomo. Una volta gli ho detto che se voleva uno bravo solo a passare il pallone, non doveva prendermi, visto che mi aveva inseguito quando avevo Inter, Milan e Roma ai miei piedi".
"Era un uomo falso: parlava male dei giocatori del Real Madrid, dicendo che era colpa loro perché il giovedì volavano a Marbella con i jet privati".

È per questo che poi hai deciso di tornare in Italia, al Benevento, per rilanciarti?
"Il presidente Vigorito è un uomo d’oro; mi ha trattato come un figlio. Sono andato lì come sfida personale contro Benitez e contro il mondo; volevo dimostrare di poter essere ancora un leader".
"Purtroppo, nel calcio moderno non ti danno tempo: se non sei subito pronto, ti etichettano come scarso. Un giocatore che rientra da un infortunio ha bisogno di tempo e di una preparazione per ritrovare la condizione, ma oggi vogliono tutto e subito, anche dai giovani".
Qual è stata la partita più bella della tua carriera?
"Palermo-Napoli a febbraio 2015, quando ho segnato il mio primo gol in Serie A. Quel giorno sono stato perfetto, non ho sbagliato nulla".
"Ho scavalcato Higuain con un pallonetto e lui mi ha detto: 'Ma chi sei, Maradona?' Poi ho preso palla a centrocampo e, anche se sentivo Barreto chiamarmi, ero completamente in trance e ho tirato una bomba da fuori".
"Abbiamo vinto 3-1 contro il Napoli di Benitez; penso che mi abbia voluto al Newcastle anche per quello, o forse mi detestava perché lo avevamo battuto".
Il miglior compagno di squadra con cui hai giocato?
"Dire Dybala sarebbe la risposta facile, ma quello che mi ha impressionato di più è Ayoze Perez. Ha un talento e un tocco che non ho mai visto in nessun altro".
"Porta il 42 di scarpe, pur essendo alto come me: lo prendevamo in giro per questo, ma riusciva a far sparire il pallone. Sembra magro, ma ha una forza nel core incredibile e una tecnica pazzesca: non sai mai cosa farà".
Dove ti vedi tra cinque anni? Ancora nel calcio o altrove?
"Un anno fa avrei detto di sì, ma oggi il calcio non mi piace; è un mondo pieno di persone false e poca umanità, dove ci si perde per pochi soldi. Se torno a giocare, è solo per passione e per portare rispetto e fair play nello spogliatoio, visto che da giovane sono stato bullizzato e ho sofferto tanto per aiutare la mia famiglia".
"Ho già avviato diverse attività: uno studio di interior design con un team di laureati che si occupano di progetti residenziali e commerciali. Inoltre sto acquisendo quote in una società di hospitality per lounge bar e ristoranti, partendo da Varese e poi espandendomi a Milano, Madrid, Ibiza e Dubai".
"In futuro potrei dedicarmi a un’academy giovanile o a progetti psicomotori, ma il mio obiettivo ora è chiudere la carriera partecipando al prossimo Mondiale del 2030".
