Una débâcle direbbero i francesi. Un disastro completo. È questo il risultato della "spedizione" italiana in Champions League, in netto contrasto peraltro con quella azzurra alle Olimpiadi di Milano Cortina o con i fenomeni azzurri del tennis.
Sport diversi, ma mentre nel calcio un tempo eravamo maestri e negli altri sport faticavamo a emergere, oggi la situazione si è invertita. Dominiamo con la racchetta in mano, quando un tempo - non ce ne vogliano - i massimi rappresentanti erano i Nargiso, Canè, Camporese, e ci stiamo esaltando in discipline prima a noi sconosciute, con medaglie inedite nel biathlon, ad esempio.
Nel calcio invece siamo presi a sberle anche da turchi e norvegesi, e se per i primi c'è la scusante di un calcio oggi ricco grazie alle proprietà delle big che possono permettersi ex protagonisti della Serie A come Osimhen e Icardi, per finire con quel Lang ripudiato da Conte, per quanto riguarda gli altri non c'è. Non c'è nemmeno la scusa del fenomeno Haaaland, che insieme agli altri uomini di Solbakken ha preso a calci la Nazionale costringendola ai playoff e facendole così rischiare di nuovo l'assenza dal Mondiale.
No, si tratta della squadra di un piccolo paese posto a 80km sopra al Polo Nord, per cui qualcuno potrebbe pensare che tra una pesca del salmone (vero Di Canio?) e l'altra si divertano a giocare a calcio. Il problema è che sembra lo facciano meglio di noi, visto che prima hanno buttato fuori la Lazio dall'Europa League e ora rischiano di ripetersi con l'Inter in Champions League. Delle rappresentative italiane nella massima competizione europea i nerazzurri e la Juventus sono quelle che, per motivi diversi, hanno fatto la figura peggiore (nel primo caso basta calcolare i valori economici delle rose). La più "scusabile", se vogliamo, è l'Atalanta, che almeno ha perso in modo netto ma dignitosamente contro una grande tedesca, il Borussia Dortmund.
I ko di Inter e Juventus hanno radici profonde
L'Inter che perde a Bodo 3-1 e la Juventus che ne prende cinque (5-2) dal Galatasaray invece non sono scusabili affatto. Certo, i norvegesi sono degli ammazza-grandi (3-1 anche al Manchester City), ma arrivati a questo punto da dentro o fuori della qualificazione non si può sbagliare, e invece Chivu si è sciolto, al contrario della neve di Bodo, ancora una volta in uno scontro diretto, mentre Spalletti dall'altra parte ha confermato che quando perde in Europa ama perdere bene (7-1 con la Roma contro il Manchester United nel 2007 ad esempio).

Sconfitta del calcio italiano, certo. Sconfitte diverse però, ma con un file rouge. Che Chivu riesca a vincere l'unico scontro diretto della stagione solo contro una squadra in dieci uomini allo scadere (la Juventus), non può certo passare inosservato. Un limite psicologico dei giocatori, ma probabilmente anche del tecnico che non sa caricarli o tranquillizarli abbastanza. Quando non si tratta di strapazzare una piccola ma di alzare l'asticella in un incontro clou, infatti, i nerazzurri puntualmente falliscono.
Emblematiche le sconfitte nel derby, col Napoli, con la Juventus all'andata in campionato, o quelle casalinghe col Liverpool disastrato e con l'Arsenal in Champions League, tanto per citarne alcune. Così come è ricorrente l'abitudine di Spalletti a giocarsela sempre anche quando non può. Sempre ammirevole la mentalità offensiva del tecnico di Certaldo, così come spettacolare è il suo gioco, ma l'età non l'ha cambiato. Non l'ha ridotto a più miti consigli spingendolo a coprirsi meglio quando si è in difficoltà: no, sempre lancia in resta a cercare di farne uno più degli altri.
L'ex tecnico del Napoli ha spiegato poi nel dopopartita che il miglior modo che ha la Juventus per difendersi è giocare, tenere il possesso palla, perché non può contare su un reparto difensivo granitico o su attaccanti particolarmente abili in contropiede (in realtà uno ci sarebbe, Openda, che al di là delle prestazioni deficitarie è comunque adatto a quel tipo di gioco). Potrebbe anche aver ragione, ma coprirsi un po' con qualche cambio dopo l'espulsione di Cabal per limitare i danni in vista del ritorno non solo sarebbe stato saggio, ma anche ovvio.

Se insomma quello dell'Inter di Chivu sembra essere un limite psicologico, probabilmente per alcuni reduci anche figlio della batosta nella finale di Champions League contro il PSG che ne ha minato la sicurezza, per la Juventus di Spalletti sembra essere più di gioco, con i bianconeri incapaci di modificare il loro stile, di sapere quando attaccare e quando difendersi. Incapaci di attendere il momento giusto.
Una frenesia che si vede anche nella palla rimessa in gioco da Thuram verso Kelly in difesa, anziché spazzata. Così come si vede nelle tante palle perse da Locatelli, per niente in serata martedì, pressato dall'esigenza di velocizzare il gioco, peraltro cosa che non ha nelle corde. L'idea di Spalletti insomma è giusta, ma se non hai gli interpreti adatti e davanti non hai chi segna (invana la richiesta del tecnico alla società nel mercato invernale) finisce che con la furia di attaccare ti scopri e prendi gol o commetti un errore. Tante partite dei bianconeri sono emblematiche, una per tutte quella contro l'Atalanta di Palladino.
La situazione al ritorno: la Juve di fronte a una montagna
Atalanta che ieri è andata ko contro il Borussia Dortmund dopo una prestazione carente offensivamente (particolarmente deludente Scamacca), ma comunque concedendo poco ad avversari che creano molto. Per Palladino, molto equilibrato come tecnico, la sconfitta infatti potrebbe essere semplicemente una questione di valori in campo, anche se l'Atalanta di Gasperini aveva dimostrato di saper andare anche oltre quello.

Dopo i risultati dell'andata, Inter, Juventus e Atalanta dovranno compiere delle vere e proprie imprese al ritorno per passare il turno. Il compito meno difficile, sulla carta, potrebbe spettare all'Inter, con il Bodo/Glimt che non avrà il fattore campo dalla sua - ieri quasi impraticabile prima della partita - mentre per l'Atalanta sarà sicuramente dura battere con due gol di scarto i tedeschi per giocarsela poi ai supplementari.
Alla Juventus, invece, spetta il compito peggiore: quello di rimontare tre gol per mantenere almeno vive le speranze di allungare il match. Se segnare sarà complicato, ancora di più probabilmente lo sarà non subire gol. Giocare in casa per i turchi è senza dubbio un'altra cosa, ma 22 tiri in porta contro 7 (13 solo nel primo tempo quando i bianconeri erano ancora in undici) meritano sicuramente un'analisi. Tiri che peraltro quando centrano lo specchio della porta fanno quasi sempre fare male. Di Gregorio infatti sembra far passare tutto, facendo registrare addirittura un -1,30 nei gol evitati.

